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Perugia. Vincere a Venezia e poi cambiare tutto

Scritto da il 28/07/2020

(ASI) Cade al 94′ il Perugia, colpito dal Trapani con una rete di Luperini che, al termine di una rocambolesca azione sotto porta, trafigge Vicario ed inguaia i grifoni nel finale di campionato – numeri alla mano – peggiore dell’intera gestione Santopadre. La partita che, con una vittoria, avrebbe dovuto sancire la matematica salvezza dei padroni di casa si trasforma così in una delle più angoscianti serate della storia recente del Perugia. Il campionario, del resto, è copioso. Nelle ultime tre stagioni, infatti, tante, troppe sono state le squadre che hanno violato, anche in modo indegno e umiliante, il catino del “Renato Curi”. Su tutte, la rimonta subita dagli acerrimi rivali della Ternana nell’ultima straregionale disputata, dal 2-0 del primo tempo al 2-3 di fine gara. Solo stavolta, però, l’atteggiamento imbelle e remissivo della squadra rischia di far sprofondare il Perugia nell’incubo della Lega Pro.

La sconfitta, del tutto meritata, di ieri sera ha confermato l’ottimo stato di forma dei siciliani di Fabrizio Castori, i quali – in attesa della sentenza che potrebbe restituire loro due punti – cercano di dare il massimo per provare a salvarsi e non avere rimpianti a fine campionato. Di contro, un Perugia incapace di fare la partita, sempre evanescente nei suoi insopportabili tentativi di specchiarsi in un calcio cervellotico e infarcito di passaggi, ma con scarsi, scarsissimi risultati. Calciatori in buona parte sopravvalutati, alcuni dei quali persino fuori categoria, privi di personalità e carattere, si sono dimostrati incapaci di dare continuità alla fondamentale vittoria di Chiavari contro l’Entella, come avvenuto durante l’intero campionato e come ormai avviene da qualche anno a questa parte, con un’altalena di prestazioni contrastanti.

Rendimenti incostanti, inspiegabili deficit motivazionali, improvvisi svarioni difensivi e pochissima sostanza a centrocampo in un torneo che ne richiede invece in quantità: questi i principali “vizi” di una squadra che – ormai è evidente – ogni anno viene costruita male, o comunque in modo incompleto, dalla società. Fuori dai primi otto posti in tre stagioni su sei di Serie B (quella di Nesta dell’anno scorso ci ha visto noni in classifica sul campo, ripescati nella griglia soltanto per l’esclusione del Palermo dalla graduatoria finale), sempre eliminati al primo turno disputato quando si è ottenuto l’accesso ai playoff (rispettivamente contro Pescara, Benevento, Venezia e Verona) ed ora seriamente invischiati nella lotta per non retrocedere.

Quest’anno, il presidente Massimiliano Santopadre e il direttore sportivo Roberto Goretti hanno sbagliato praticamente tutto, costruendo una squadra già incompleta in estate per Massimo Oddo, poi esonerato a gennaio, quando i grifoni erano ottavi in classifica, e sostituto da Serse Cosmi, senza acquistare giocatori di peso nella campagna di riparazione, costringendo così il tecnico di Ponte San Giovanni a gestire calciatori in gran parte inadatti al suo schema di gioco.

Tuttavia, il livello estremamente basso della Serie B di nuova generazione, persino imparagonabile alla vecchia cadetteria di venti o trent’anni fa, rendeva piuttosto agevole centrare almeno una salvezza tranquilla, archiviando quanto prima l’ennesima stagione a bocca asciutta. Sarebbe bastato vincere anche una sola gara tra le ultime perse, tutte alla portata (Cosenza, Pordenone, Cittadella e Trapani). E invece no. Questa squadra, priva di attributi e compattezza, si è infilata in una situazione di classifica pericolosissima, obbligando la tifoseria a restare in apnea sino all’ultimo minuto.

Una settimana fa, la tifoseria organizzata ha preso posizione schierandosi contro dirigenza e giocatori. Da qualche tempo, diversi opinionisti e commentatori stanno esternando tutti i loro dubbi e le loro perplessità sul modo di (non) fare calcio che si è ormai consolidato a Pian di Massiano. Troppo tardi, però. Perché, come spesso accade, ci si rende conto dei limiti e dei difetti soltanto quando questi hanno ormai irreversibilmente prodotto i loro effetti più disastrosi. Poche persone riescono a gettare lo sguardo lontano e scorgere in anticipo i possibili rischi ma quasi mai vengono ascoltate, specie se nel breve termine qualche risultato, pur magro e poco consolante, arriva.

Fino a cinque anni fa, l’intesa tra società, tifoseria e città era praticamente perfetta. Dopo nove anni attraversati tra terza e quarta serie, il ritorno in Serie B aveva creato un clima di ritrovato entusiasmo in città. Nonostante qualche mugugno per l’eliminazione dal preliminare playoff contro il Pescara, i 66 punti ottenuti nel 2014-’15 da Andrea Camplone, tutt’ora un record ineguagliato nella gestione Santopadre, rappresentavano comunque un bottino più che rimarchevole per una neopromossa, che lasciava ben sperare per il futuro.

Invece, i sogni di gloria si sono infranti anno dopo anno, in un continuo ricambio di allenatori e di giocatori, spesso in prestito, in parte sopravvalutati, a volte reduci da lunghi periodi di inattività o in precarie condizioni fisiche. In ogni caso, quasi sempre con investimenti ridotti all’osso e senza mai un progetto tecnico in grado di superare la singola stagione. Senza lode e senza infamia l’anno di Bisoli; pieno di rimpianti quello di Bucchi, con il traguardo della finale playoff sfumato in un doppio turno da favoriti contro il Benevento; devastante quello successivo, iniziato con Giunti, proseguito con Breda e terminato con Nesta. Per il tecnico romano, giusto il tempo di perdere l’ultima (ininfluente) di campionato ad Empoli e sprofondare in laguna (3-0) contro il Venezia al preliminare playoff, per poi sedersi in panchina anche nella stagione successiva e concluderla con un finale identico: accesso agli spareggi da ottavi (ripescati) e debacle in Veneto, stavolta in terra scaligera (4-1).

Irresponsabilmente assenti anche le istituzioni cittadine. Da tempo immemore, Perugia non è più guidata da un Sindaco tifoso della squadra, o addirittura nemmeno appassionato di calcio. Non è certo questa una colpa, ci mancherebbe, né la fede sportiva un requisito per poter guidare una giunta comunale, ma in Italia, per l’impatto sociale (ed economico) di questa disciplina, ogni compagine calcistica rappresenta a pieno titolo l’immagine e il blasone della città. Pur nel rispetto dei diversi ruoli, sarebbe stato del tutto lecito confrontarsi con la società o chiedere, anche in privato, qualche spiegazione dinnanzi alle sconfitte più umilianti, soprattutto in casa, contro squadre di bassa classifica o in occasione dei momenti di maggior tensione con la tifoseria.

Il tempo, tuttavia, è galantuomo e alla prima stagione di seria difficoltà, quelli che fino allo scorso anno erano soltanto “limiti frustranti” sono ora diventati fattori di pericolo tali da mettere a forte rischio la permanenza stessa del Perugia nel cosiddetto “calcio che conta”. Ora, l’unica cosa che questa squadra – complessivamente scarsa e male assemblata – può fare è andare a vincere a Venezia, consapevole che nessuno dei giocatori (compresi i più “forti”) potrà recuperare la fiducia, ormai definitivamente perduta, di una piazza che in oltre 115 anni di storia ha potuto ammirare, da beniamini o da avversari, decine e decine di campioni veri.

 

Andrea Fais – TifoGrifo.com

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il 28/07/2020.
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