Marco Negri, il bomber che parlava solo con i gol, si racconta ai nostri microfoni. Dal Perugia all’amore incondizionato per la Scozia, fino al campionato di B.
Scritto da Raffaele Garinella il 07/02/2019Riflessioni e rimpianti: il Perugia avrebbe dovuto andare in A l’anno di Bucchi
Nel calcio moderno basta poco per diventare un idolo delle masse. Un gol, un colpo di tacco, una giocata degna del più attuale tiqi taqa, ed il gioco è fatto. Una dichiarazione, magari dai toni accesi, un gesto volto a richiamare il sostegno della tifoseria, ed ecco che si fa presto ad etichettare questo o quel calciatore come il nuovo Totti o il nuovo Van Basten. Marco Negri, invece, non ha mai amato il clamore. Parlava poco con tutti, specie con i giornalisti, preferiva il linguaggio universale dei gol, tanto efficace in Italia quanto in Scozia.
“Si pensava che fossi un calciatore con la puzza sotto il naso, ma in realtà è solo il mio carattere. Posso assicurare, però, che non mi sono mai dato arie”.
Dici Rangers Football Club e la voce di Negri lascia trasparire un’emozione intensa. Non potrebbe essere diversamente per chi ha amato la gloriosa casacca dei Light Blues così come Sir William Wallace amò Elderslie. Anche Marco Negri come William Wallace ha fatto innamorare il popolo. Nel suo caso, quello dei Rangers.
“È stata un’esperienza fantastica. L’atmosfera è magica, unica, lontana da quella che si vive in Italia. Ti rendi conto della straordinaria importanza che hanno i Glasgow Rangers. La percepisci, la respiri nel contatto con la gente”.
E la gente di Scozia non poteva non innamorarsi di un calciatore straordinario, capace di realizzare 37 reti in 41 presenze. Che avrebbero potuto essere molte di più se non fosse stato per quel maledetto incidente durante un giorno libero. Il più grande rimpianto di Marco Negri.
“Potessi fermare il tempo e tornare indietro, non giocherei a squash con Sergio Porrini. In Scozia, il mercoledi è un day off, non c’è allenamento. Ero abituato alla doppia seduta del mercoledì italiano, e così mi allenavo per conto mio. La corsa era monotona, mentre trovavo lo squash molto divertente. Fui colpito dalla pallina che provocò il distacco di retina e, molto probabilmente, la mia carriera è cambiata in quel momento”.
Sul piatto della bilancia pesano maggiormente i ricordi positivi, i tanti rapporti umani che Negri custodisce nel suo cuore, come l’amicizia con “Ringhio” Gattuso e Paul “Gazza” Gascoigne.
“Rino è un ragazzo eccellente. Aveva solo diciotto anni, ma era determinato come pochi altri che ho conosciuto durante la mia carriera. Sopperiva ad alcune mancanze tecniche con costanza e tenacia. Di Paul Gascoigne ne nasce uno ogni cinquanta anni. Aver avuto il privilegio di giocare con lui è come possedere una medaglia da esibire. All’inizio della mia avventura in Scozia la sua conoscenza della lingua italiana ha fatto sì che tra noi nascesse un’intesa che oggi, dopo tanto tempo dura ancora fuori dal campo. Sono orgoglioso di essere suo amico”.
Prima della Scozia c’è stata la serie B, campionato che lo ha visto tra i più grandi protagonisti di sempre con 52 reti in 135 presenze. Una promozione in serie A con Galeone in panchina.
“Con Galeone abbiamo vissuto una stagione importante, una cavalcata incredibile verso la serie A. Abbiamo espresso un ottimo gioco. Fu chiamato a sostituire Novellino, che non ho conosciuto bene. Sono arrivato tardi da Cosenza, avevo una frattura ad un piede e non sono riuscito a fornire un apporto adeguato”.
Un campionato molto diverso da quello odierno, in cui bisogna fare i conti con continue modifiche che riguardano il numero delle partecipanti. Regole non completamente chiare che, di certo, non semplificano le cose.
“L’incertezza può aver creato qualche grattacapo alle squadre partite in ritardo. Quando il campionato è partito, si è rivelato subito equilibrato. La solita maratona con squadre che attraversano momenti di crisi, ed altre che mettono insieme vittorie su vittorie, e viceversa. La bravura delle società deve essere quella di gestire con equilibrio la crisi, e cavalcare al massimo l’onda positiva”.
Non c’è una vera e propria corazzata, il campionato è ancora incerto. Il Brescia è la squadra che ha impressionato maggiormente gli addetti ai lavori.
“Il Brescia ha una solidità incredibile. È capace di imporre il proprio gioco su ogni campo, proprio come a Pescara. Cellino non si lascerà sfuggire questa ghiotta occasione”.
Chi potrebbe avere qualche rimpianto è il Perugia, soprattutto in vista del passaggio della serie A a diciotto partecipanti.
“Il Perugia sta disputando una stagione straordinaria. La squadra è stata completamente rifatta, ed anche l’allenatore è praticamente un esordiente. Complimenti alla società che riesce sempre a costruire squadre competitive. L’unico rammarico viene guardando ai recenti campionati di serie A, alle squadre che sono retrocesse. Non vorrei che fosse sfuggita la grande opportunità di andare in serie A. L’anno di Bucchi in panchina sembrava quello buono. Con l’eventuale riduzione del numero delle partecipanti alla serie A, si parla di 18 squadre, sarà dura”.
Tanti giovani interessanti nonostante si dia poca importanza ai settori giovanili.
“I problemi principali sono legati alle infrastrutture, ai tecnici. Un altro problema è legato all’eccessiva importanza che anche i giovani attribuiscono al risultato finale. Questo aspetto mal si sposa con il loro percorso di crescita”.
Perugia rappresenta gioia, tanta, ma anche qualche nota di dolore, come la retrocessione del 1997.
“Quella era una squadra costruita per Galeone, allenatore integralista del 4-3-3. Scala, che devo ringraziare perché mi ha dato la possibilità di giocare in serie A, e di realizzare dodici reti, un buon trampolino di lancio, prediligeva il 3-5-2. Si tratta di due moduli che hanno bisogno di specifici interpreti. Prendiamo ad esempio Milan Rapaic. Era perfetto per il 4-3-3 perché era un’ala devastante. Non andava bene nel 3-5-2 in coppia con un altro attaccante. Quando ha goduto di maggiore libertà, ha dimostrato il suo straordinario talento. Nonostante questo, in quella stagione Giunti conquistò la Nazionale, un grandissimo vanto. Io realizzai quindici reti senza calciare rigori. Sono tanti i rimpianti, perché quel Perugia avrebbe potuto aprire un ciclo, tipo Atalanta ed Udinese. Consolidandosi con un paio di innesti a stagione, la squadra avrebbe potuto far parte stabilmente della serie A”.
Una grande squadra, come la quasi totalità di quelle costruite da Luciano Gaucci.
“Un uomo di calcio, un grande intenditore. Qualche anno fa sono tornato a Perugia per disputare un’ amichevole. Mi sono guardato intorno e c’erano campioni del mondo come Materazzi, Grosso e Gattuso, talenti come Nakata, Giunti, Allegri e Gautieri. Purtroppo è finita come non doveva, ma bisogna leggere le statistiche, conoscere i numeri e dare credito ad un uomo che ha fatto tanto”.
Negri magari potrebbe scendere in campo contro il Palermo. Siamo certi che riuscirebbe a creare parecchi grattacapi alla retroguardia rosanero.
“Merito di una sana alimentazione, abitudine che ho mantenuto anche quando ho smesso di giocare. La dieta sana ti aiuta a smaltire la fatica, a migliorare le prestazioni”.
A proposito del Palermo, la squadra di Stellone è alle prese con una difficile situazione societaria.
“Circolano tante voci, non certo belle per una piazza straordinaria, abituata a vincere. Bisogna essere bravi a fare quadrato, e in questo dovrà riuscire Stellone”.
Sei stato uno degli ultimi veri centravanti, grinta, tenacia, carisma, hai fatto innamorare italiani e scozzesi. Da Perugia a Glasgow, da corso Vannucci alla cattedrale di San Mungo, non c’è tifoso che non ti ricordi o che non si emozioni ancora nel ripensare ad una tua rete.
“Il calcio, lo sport in generale, mi hanno insegnato a camminare a braccetto con lealtà, spirito di sacrificio, onestà. Solo attraverso questi valori si raggiungono risultati eccellenti”.
Raffaele Garinella-Tifogrifo.com