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Un tuffo nella memoria del Grifo. In principio era Renato Olive, poi vennero i Gattuso, i Muntari, i Kessie.

Scritto da il 05/04/2018

 

 

Perugia, gennaio 1998

 

Renato Olive è un mediano, o meglio, un mastino, ed il suo compito è quello di impedire che il pallone filtri dal centrocampo e metta in difficoltà la difesa.

Pur dotato di buonissima tecnica, conosce bene i propri punti di debolezza e non si sognerebbe mai di lanciarsi palla al piede verso avventurosi dribbling. Il suo punto di forza è quello di recuperare palloni, di mordere le caviglie degli avversari, di giocare senza fronzoli.

Da quasi due stagioni, insieme a Roberto Cappellacci, è il perno del centrocampo della neopromossa Fidelis Andria di Giuseppe Papadopulo, squadra che ha dominato il proprio girone di serie C1.

Luciano Gaucci, grande intenditore di calcio, ha compreso che nel centrocampo biancorosso, dove abbondano i piedi sopraffini, manca un calciatore come Olive, abile nel far legna, e nell’incollarsi agli avversari anche quando sono a bordocampo per dissetarsi.

Attilio Perotti, da poco tornato in sella al posto di Albertino Bìgon, esonerato dopo la sconfitta contro il Genoa, si rende subito conto che per limitare il numero di reti incassate, bisognerebbe affiancare al “professore” Antonino Bernardini e al “bello” Alessandro Cucciari, un centrocampista dalle differenti caratteristiche tecniche.

Il rinforzo viene individuato in Renato Olive, considerato l’uomo giusto, quello della svolta.

Luciano Gaucci non bada a spese, il contratto è di quelli importanti, quadriennale, ma a convincere Olive a lasciare l’amata Puglia dove si trova bene, è la possibilità di tornare a lottare per vincere, e conquistare quella serie A sfuggita quando militava nel Lecce.

 

L’esordio avviene, per uno strano scherzo del calendario, e, per ironia del destino, sul campo di Andria, contro quelli che fino a due settimane prima erano compagni di squadra.

La partita termina 1-1, per Olive, non tradito dall’emozione, il debutto è ottimo.

Partita dopo partita, migliora l’inserimento in squadra.

A non migliorare è il rendimento del Perugia, sempre altalenante e per nulla soddisfacente.

Dopo la disfatta di Padova, a Perotti viene dato il benservito, questa volta definitivo.

Troppi, secondo la dirigenza, i sei punti di distanza dal quarto posto, occupato dal Torino di Reja.

Gaucci non si rassegna ed affida la squadra a Ilario Castagner, che non solo ripone fiducia in Olive, perno del centrocampo, ma recupera dal dimenticatoio nel quale era finito, Antonio Manicone.

Il Grifo cambia volto, comincia una meravigliosa cavalcata che vale l’aggancio ai granata, sconfitti e affiancati in classifica dopo lo scontro diretto del 07 giugno ’98, vinto per 2-1 con reti di Tovalieri e Tangorra.

Il campionato termina con le squadre a pari punti. L’ultimo posto in serie A, sarà deciso da uno spareggio…

Reggio Emilia, 21 giugno 1998

 

Il caldo è asfissiante, Olive si avvicina alla panchina, recupera una borraccia e si disseta.

La mente viaggia a ritroso nel tempo, isolandosi, seppur per un breve istante, dai cori dei tifosi e dai rumori che lo circondano.

Per un attimo torna ai tempi in cui, da bambino, giocava nei vicoli di Fasano, in quel centro storico, u’mbracchie, protetto dalla frescura, isolato dal sole cocente.

Anche da bambini, quando si pareggiava una “sfidetta” tra coetanei, si calciavano i rigori.

Olive li calciava, il suo compito era quello di incitare i compagni di squadra.

“Quanto mi piacerebbe quel bel fresco, ma adesso è tempo di tornare ad incitare i miei compagni, abbiamo fatto tanti sacrifici per essere qui, dobbiamo conquistare la serie A, coronare il nostro sogno”.

 

Si avvicina ai compagni, carica i rigoristi, abbracciandoli uno per uno, li incita a dare tutto.

“Forza ragazzi, ricordiamoci quanto abbiamo sofferto per essere qui oggi, prendiamoci la promozione”.

 

Ai rigori, come dice Arrigo Sacchi, vince quasi sempre chi lo merita. Se una squadra ha giocato meglio, e si sente penalizzata dal risultato, li va a calciare con una carica interiore che la squadra avversaria non ha.

La freddezza di Bernardini, Rapajic, Materazzi, Colonnello e Tovalieri, ed un palo centrato in pieno da Tony Dorigo, confermeranno la teoria di Sacchi e consegneranno la massima serie al Perugia. I grifoni hanno meritato la vittoria, dopo una cavalcata trionfale in cui Renato Olive è stato assoluto protagonista.

Autunno 1998

 

In principio era Renato Olive, poi vennero i Gattuso, i Muntari, i Kessie…

 

Hidetoshi Nakata, il samurai può dormire sonni tranquilli. In campo non deve avere timore, ma deve solo pensare a giocare, perché a proteggerlo dalle insidie, ci pensa Renato Olive, uno che non molla gli avversari neanche a fine partita, quando vanno sotto la curva a consegnare la maglia ai propri tifosi.

I polmoni sono infaticabili, corre Olive, si fa tutto il campo, pronto a lanciare Nakata, libero da marcature. Il primo campionato in Italia del talento giapponese è perfetto, giocate e reti di ottima fattura, che solleticano, e non poco, le grandi del calcio.

Il merito, è anche di Olive,  il mastino, che gli avversari non li molla neanche durante le interviste del dopo gara.

Settanta presenze ed otto reti non sono tantissime, ma abbastanza per consegnare Renato Olive alla storia biancorossa. Nel calcio, così come nella vita, non è importante la quantità, perché un calciatore può anche indossare la stessa maglia per cento o mille partite, ma in quelle settanta gare, la numero 4 di Olive, 37 per un breve periodo,  è uscita dal campo zuppa di sudore.

I tifosi non dimenticano chi ha sempre dato tutto, rimettendoci anche uno zigomo, come contro il Bari, in quel maledetto 06 novembre del ’99.

L’addio a Perugia e il nuovo inizio lungo la via Emilia

 

Non esiste sempre una spiegazione razionale per argomentare la fine di una storia, anche se bella, intensa ed importante, come quella tra Olive e il Perugia.

A volte si sente il bisogno di cambiare, di ricominciare da un’altra parte, perché gli stimoli sono tutto e permettono di affrontare gli impegni con la giusta determinazione, con la voglia di dimostrare che si possono scrivere tante altre belle pagine del libro chiamato vita.

E’ Bologna la nuova destinazione, è la maglia rossoblu quella del destino.

Bologna, come canta Guccini, “è una vecchia signora dai fianchi un po’ molli col seno sul piano padano ed il culo sui colli”, ma è anche la “Piazza Grande” di Lucio Dalla, la dotta, la grassa, la rossa.

E’ affascinate ed amorevole allo stesso tempo, Olive se ne innamora quasi subito.

Un amore destinato a durare in eterno, tanto da spingere il mastino a stabilirsi lungo la via Emilia.

In rossoblù il percorso è vincente, nel 2002 la squadra di Guidolin sfiora la Champions League.

E’ un grande Bologna che ha in Pagliuca, Signori, Pecchia e Cruz, i punti di forza, ma che non può fare a meno di Renato Olive, uno che non lascia gli avversari neanche quando salgono sull’autobus per tornare a casa.

Giardini Margherita- Bologna, estate 2017

 

Il caldo è insopportabile, proprio come quel 21 giugno del ’98. Un bibita ghiacciata, un posto al fresco, ed una partitella da seguire con interesse.

Ragazzini si sfidano, quattro contro quattro, i portieri sono “volanti”.

Uno in particolare si attacca all’avversario e non lo molla neanche per un istante.

Corre, pressa, e permette al compagno più tecnico di avanzare indisturbato verso il portiere da trafiggere. Ha grinta da vendere quel ragazzino, ricorda un altro che molti anni prima, partito da Fasano, e diventato grande a Perugia, sarebbe finito a Bologna per la definitiva consacrazione.

Raffaele Garinella-Tifogrifo.com

Si ringrazia l’artista Marcello Pitorri per la disponibilità mostrata nel concedere la caricatura di Renato Olive.

 

 

 

 

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